I Samurai: ascesa, apogeo e declino dei guerrieri più famosi al mondo

LA PARABOLA DEI SAMURAI

 

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Kiyomizu-dera, “tempio dell’acqua pura”, il santuario buddhista di Kyoto. Venne costruito alla fine dell’VIII secolo e restaurato dallo shogun (supremo generale) Tokogawa Iemitsu nel 1633. Oggi è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO

 

CAPITOLO 1: LA NASCITA DEI SAMURAI E IL LORO MITO

L’ascesa dei samurai come gruppo sociale iniziò nel X secolo, un’epoca che secondo la periodizzazione della storia giapponese corrisponde al periodo Heian (794-1185), caratterizzato dall’assimilazione della cultura cinese e del buddhismo. Quest’ultimo era giunto in Giappone nella forma zen, che esaltava l’energia individuale e l’importanza di agire nel mondo, pur riconoscendone la sua vacuità. I fondamenti di questa filosofia influenzarono profondamente la cultura dei samurai, che la apprendevano sin da bambini. Uno dei primi samurai che si affacciano alla storia fu Raiko (948-1021), del clan Minamoto. Questo guerriero raggiunse la fama grazie alle vittorie contro banditi e ribelli, che in seguito diedero vita a leggende popolari in cui l’eroico samurai batteva nemici fantastici, come orchi e ragni giganti. Verso la metà del XII si arrivò allo scontro tra i due clan più potenti: i Taira e i Minamoto. La lunga contesa iniziò con la vittoria dei primi della guerra di Heiji (1159) e si concluse con la loro sconfitta nella guerra di Genpei (1180-1185). Questo periodo turbolento della storia giapponese corrisponde all’età d’oro dell’epica samurai. Le vicende dei suoi protagonisti, arricchite di imprese leggendarie, vennero infatti raccolte successivamente nel romanzo epico Heike Monogatari, “I racconti della famiglia Taira”, di un autore anonimo del XIV secolo. Uno dei grandi samurai della storia fu Minamoto Yoshitsune (1159-1189). Generale dell’omonimo clan, riuscì a sconfiggere le truppe dei Taira nei combattimenti decisivi della guerra tra i due clan. In una battaglia presso l’odierna Kobe, nel sud-ovest del Paese, Yoshitsune sorprese i nemici lanciandosi al galoppo lungo il pendio scosceso di una montagna. La sua vittoria fu schiacciante. Il 24 aprile 1185 si svolse la battaglia navale che decise le sorti della guerra di Genpei. Yoshitsune inflisse la sconfitta definitiva ai suoi nemici e centinaia di samurai del clan Taira preferirono suicidarsi lanciandosi in mare piuttosto che cadere prigionieri. La sua storia ebbe però un esito tragico. Nonostante le sue imprese gloriose, i tradimenti e gli intrighi lo fecero cadere in disgrazia presso il fratellastro Minamoto Yoritomo (1147-1199), leader del clan. Dopo una fuga lunga e sofferta, Yoshitsune non ebbe altra scelta che suicidarsi praticando l’harakiri. In realtà il termine più appropriato per riferirsi al suicidio rituale del samurai è seppuku, il suicidio onorevole, anche se in Occidente è diventato più famoso il termine harakiri (“sventramento”). Questa pratica, documentata dal 1180, consisteva nel procurarsi un profondo taglio nell’addome, da sinistra a destra e poi verso l’alto. Prima del seppuku, il samurai assumeva la tipica posizione della seiza, inginocchiandosi e mettendosi a sedere sui talloni, per assicurasi che il corpo non cadesse all’indietro ma in avanti, secondo l’onorevole tradizione dei samurai. Il rituale si concludeva con la decapitazione del samurai da parte di un uomo fidato. Durante il periodo Kamakura (che prende il nome dalla nuova capitale a sud-ovest di Tokyo), nel 1274 e nel 1281, un esercito di samurai venne inviato dal governo del clan Hojo per respingere gli invasori mongoli del Gran Khan Kublai.

 

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Assalto al palazzo di Sanjo: questo episodio, che avvenne nel 1160, durante la ribellione di Heiji, segnò l’inizio delle ostilità tra i clan samurai Taira e Minamoto. Particolare di un rotolo dipinto del XIV secolo. Museo delle Belle Arti di Nagoya-Boston, Nagoya, Giappone.
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Presunto ritratto di Yoritomo, rotolo appeso; colore su seta

 

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Yoshitsune e Benkei guardano i ciliegi in fiore

 

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Yoshitsune in un dipinto di Kikuchi Yosai
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Il generale Akashi Gidayu si prepara al suicidio tramite seppuku, dopo una sconfitta in battaglia nel 1582. Opera dell’artista giapponese Tsukiyoka Yoshitoshi, 1890. Collezione privata.

 

CAPITOLO 2: L’EPOCA D’ORO DEI SAMURAI E L’INIZIO DELLA FINE

Il periodo Muromachi o Ashikaga (1338-1573) è per certo l’epoca d’oro dei samurai. Gli shogun del clan Ashikaga condivisero il potere con gli imperatori molto più di quanto fosse successo fino ad allora; per questo il loro è generalmente ritenuto lo shogunato più debole. Dalla corte di Kyoto, i nuovi shogun svolsero una grande opera di mecenatismo delle arti, della poesia e del teatro. Il padiglione d’Oro, costruito a Kyoto alla fine del XIV secolo, e quello d’Argento, edificato nella stessa città all’incirca un secolo più tardi, sono esempi dello splendore culturale dell’epoca. Il periodo Muromachi, tuttavia, fu segnato da una grave instabilità politica e i continui scontri sfociarono nella frammentazione del Paese in numerosi territori rivali in lotta per l’egemonia. In questa situazione di incertezza prosperarono i daimyo, i grandi proprietari terrieri a capo di una struttura economica e sociale analoga a quella del feudalesimo europeo. Intorno alla metà del XVI secolo, inoltre, Portoghesi e Spagnoli raggiunsero l’arcipelago per commerciare e predicare il cattolicesimo. Con gli Europei arrivarono anche le armi da fuoco e i Giapponesi impararono a costruire archibugi secondo lo stile occidentale. L’introduzione delle armi da fuoco e dei castelli feudali disorientarono il samurai tradizionale, un guerriero che combatteva a piedi o a cavallo, proteggeva il proprio corpo con un’armatura leggera (yoroi), si copriva la testa con un elmo appariscente (kabuto). Ora il samurai poteva essere annientato da un tiratore con una buona mira.

 

 

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Il Padiglione d’Oro

 

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Lo shogun Ashikaga Takauji

CAPITOLO 3: COMBATTENTI DISOCCUPATI E MODERNIZZAZIONE DEL GIAPPONE

Gli ultimi decenni del XVI secolo, il cosiddetto periodo Azuchi-Momoyama (1573-1603), furono caratterizzati da un susseguirsi di lotte cruente tra i signori locali, che potevano oramai contare su grandi eserciti muniti di armi da fuoco. Infine, nel 1603, Tokugawa Ieyasu, uno daimyo del Giappone meridionale, riuscì a imporsi sui suoi rivali, unificando il Paese e inaugurando una dinastia si shogun che avrebbe retto il Giappone per quasi tre secoli, durante il cosiddetto periodo Edo (antico nome di Tokyo, sede del nuovo shogunato) o Tokugawa (1603-1868). Ieyasu si impegnò a fondo nell’opera di pacificazione del Paese anche attraverso la distruzione dei castelli dei daimyo oltre alla limitazione dei loro poteri. Il lungo periodo di pace e la scomparsa di molti signori feudali ebbero un contraccolpo negativo per i samurai, che non potevano più dimostrare il proprio valore in guerra e rimanendo spesso senza padrone, diventando dei ronin, cioè “uomini-onda”, in quanto privi di radici. Per sopravvivere, questi guerrieri erranti erano spesso obbligati a scegliere la strada del banditismo, che li portava a compiere incursioni e saccheggi nei villaggi, benché alcuni di essi riuscirono a trasformarsi in eroi popolari. Sebbene non vi furono grandi battaglie, vi furono imprese personali che entrarono nel mito. Un esempio è la vendetta dei 47 ronin. Nel 1701 un daimyo fu costretto a commettere seppuku per aver offeso un cortigiano dello shogun. I samurai al suo servizio, divenuti ronin, lo vendicarono uccidendo il cortigiano e commettendo poi un clamoroso suicidio collettivo tramite seppuku, prevenendo così il gesto riparatore che lo shogun avrebbe preteso da loro. Il periodo Edo terminò con la caduta dei Tokugawa w la fine dello shogunato, dopo 676 anni. Nel successivo periodo Meiji (1868-1912) l’imperatore assunse il comando effettivo del Paese e vennero varate formidabili riforme, tra cui l’abolizione del sistema feudale e dei privilegi dei samurai. Nel 1877 Saigo Takamori, l’ultimo samurai, guidò una rivolta contro la modernizzazione del Paese e dopo la sua sconfitta si suicidò tramite seppuku.

 

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Il Giappone sotto Tokugawa Ieyasu

 

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Tokugawa Ieyasu

 

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Saigo Takamori

Saggi consigliati:

Polia, M., L’etica del Bushido. Introduzione alla tradizione guerriera giapponese, Il cerchio, 2008

Arena, L.V., Samurai. Ascesa e declino di una grande casta di guerrieri, Mondadori, 2003

Granati, R., Storia dei samurai e del bujutsu. Nascita ed evoluzione del “bushi” e delle loro arti nel Giappone feudale, Robin, 2008

Cleary, T., La mente dei samurai. Il codice del Bushido, Mondadori, 2009

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